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20/8/2019 16:04
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MEMORIA DI UN CAMMINO DI SOLIDARIETA': Dalla carità alla giustizia

della Fondazione Guido Piccini per i diritti dell'uomo onlus

 

EDITO DA Fondazione Guido Piccini per i diritti dell'uomo onlus

 

Presentazione all’edizione italiana

 

 Queste pagine vanno lette nell’ottica di un cammino iniziato in un tempo lontano, non tanto per gli anni quanto per i rapidi e profondi cambiamenti storici e sociali avvenuti, e nel segno di una solidarietà che stata per alcune persone un coinvolgimento totale a livello culturale, politico, religioso, etico capace di rivoluzionare la comune e individuale esperienza e coscienza. Per il rispetto di questo tormento, che a volte ha portato a scelte personali dolorose, vengono descritte e riportate inevitabili e profonde contraddizioni che hanno le  adici nella stessa opera concreta di solidarietà. Le scelte non sono programmate a tavolino, al di qua dell’Oceano, ma sono condizionate dal cammino fatto “in loco”  dalle “conversioni proprie”, frutto di un’attenta sensibilità sociale, culturale, politica e pure religiosa… Ci siamo incontrati/scontrati con una realtà che ha  coinvolto e capovolto le nostre coordinate e ci ha gettato sulla strada di un diverso uomo concreto approfondendo in noi l’insoddisfazione di questa “civiltà” e di una  fede, un’insoddisfazione che ha portato ad un processo di purificazione del nostro vecchio mondo e del nostro vecchio modo di credere. Si va da una solidarietà “tradizionale”, pur nobile nel sentimento, a scelte “rivoluzionarie” sia sul piano culturale-religioso (Teologia della Liberazione) sia culturale-politico (centri culturali, movimenti e lotte di liberazione, studiosi e intellettuali protesi alla ricerca non solo di un nuovo futuro per i loro paesi ma di un radicale cambiamento dell’attuale sistema-mondo, dettato da una globalità che annulla i confini e le distanze…) sia sul piano concreto privilegiando sempre più la solidarietà verso bambini e giovani (sostegno alle loro peculiari organizzazioni e iniziative, costruzione di scuole di ogni grado, stipendi per i maestri, aggiornamento degli insegnanti…) perché siano protagonisti della loro storia futura, cercando, inoltre, di capire e coinvolgerci con i vari movimenti che si andavano e si stanno affermando sullo scenario politico-sociale con sempre maggior speranza (Movimento per i Diritti Umani – Movimento indigeno – delle donne – sindacale…) La lettura di questo cammino va fatta, inoltre, nel ricordo di una sofferta ricerca che ha prodotto una solidarietà di ritorno, dura da cogliere ed accettare, che si racchiude in quella “convinzione”, che già negli anni ‘60 – ai tempi di Kennedy, Krusciov e Papa Giovanni – avevamo come “curiosità storica” nel varcare l’oceano, convinti che solo da quei popoli oppressi da un’ingiustizia secolare, poteva venire una nuova primavera per l’umanità intera, per la stessa vecchia Europa e per la sua civiltà che rischiavano, e rischiano sempre più, di rimanere sepolte sotto le loro stesse macerie. I tempi dell’umanità e della storia non sono i tempi calcolati dall’uomo, ma i segni di oggi sono una conferma dei momenti profetici di allora. È un cammino di solidarietà per chi intende la solidarietà non come, da una parte, un dare, magari il superfluo, e, dall’altra, un ricevere dal tozzo di pane al pozzo, alla strada… ma per chi concepisce la solidarietà come la piena condivisione dei fondamentali valori e diritti, e che, pur nelle diverse e molteplici vie del percorso storico-culturale di ogni popolo e persona, s’incontrano, si capiscono, si parlano perché l’umanità tutta costruisca quel regno di libertà, giustizia, uguaglianza e pace… il regno che compete alla dignità di ogni essere. La solidarietà non ha solo due facce, quella di chi dà e quella di chi riceve, ma ha anche due nascite diverse: una nascita nel mondo “ricco”, di chi può e che, con il suo “buon cuore”, vuol fare del bene, e la nascita nel mondo povero, bisognoso, dove non è riconosciuta la dignità umana. Sono due mondi diversi: il primo segnato da un’ingiustizia che tenta di coprirsi il volto nelle infinite pieghe della carità, l’altro da una profonda esigenza di giustizia. È così difficile scoprire il vero volto della solidarietà, nella sua essenzialità e concretezza. Forse anche qui, come per altri valori – verità, speranza, utopia… – bisogna andare là dove la solidarietà è essenziale per vivere e sperare, dove nasce la sete di giustizia e si ode profondo e forte il grido del “povero” carico di indignazione, dove una solidarietà caritatevole non basta e si fa storia sempre più concreta la lotta per la giustizia. E in quel mondo siamo andati alla ricerca di un uomo nuovo e di un cristiano nuovo, e lì la solidarietà dei poveri, assetati di giustizia, ci ha “convertito”. Queste sono alcune pagine, forse brutte, a volte sconclusionate, ma sofferte e difficili da scrivere – ed ora da leggere – che ci hanno condotto a questa metanoia; una memoria-metanoia che abbraccia ogni campo, dalla cultura al la politica, dall’esistenzialità all’essenzialità, dalla fede alla morale, facendoci riscoprire i veri valori dell’umanità e del messaggio cristiano. In esse vorremmo condividere un percorso di solidarietà che ha contrassegnato la nostra esperienza… un percorso non lineare (perché niente che palpita di vita lo può essere), non “razionale”; ci sono molte lacune (e magari abbiamo tralasciato “cose” molto importanti!)… ma occorrerebbe ben più di questo libro per ricordare tutti gli incontri, le emozioni, le paure, la rabbia, le speranze e la gioia… le persone che hanno attraversato la nostra vita, con cui abbiamo percorso un tratto di strada e che, poi, non abbiamo più rivisto, eppure ci hanno aperto gli occhi su tante verità e menzogne e sono una tessera indispensabile del nostro “stile” di solidarietà; uomini e donne che abbiamo incontrato, che ci hanno donato la forza delle loro convinzioni, l’ampiezza delle loro utopie, la luce della loro speranza… e che non ci sono più: stroncati da un colpo di pistola in Honduras, nascosti in una fossa clandestina in qualche angolo dell’America Latina, scomparsi per sempre tra le montagne del Guatemala, ritrovati in un basurero a San Salvador, desaparecidos dopo il loro rientro in Argentina1…; questo immenso mondo di “perdenti” – mai “vinti”, sottolineano – che hanno riempito di ragioni il nostro incespicare in una realtà che ci ha donato, giorno dopo giorno, luci e ombre, fango della strada e utopie limpidissime… Un arco vasto di tempi, geografie ed esperienze: da incontri pressoché clandestini in qualche angolo di El Salvador o Guatemala con alcuni compañeros impegnati in prima linea nel difficile presente dei loro paesi (e “prima linea” significava non solo imbracciare un fucile, ma anche essere sindacalista, jornalero in una delle tante rivendicazioni della Costa Sur, señora del mercato di San Salvador che offre, insieme alla povera merce del suo banchetto, informazioni – scritte e a voce – e convocazioni alla resistenza, universitario che difende con forza, sorriso e rabbia il diritto alla libertà e ai sogni, donna di casa che rivendica, per sé i propri figli il suo paese, il diritto al pane e alle rose, delegato della parola tra le montagne di Los Cuchumatanes, portavoce di una comunità della Chiesa popolare, testimone di un massacro…) alla gioia di respirare la vittoria del Nicaragua, nelle sue conquiste e nel buio dei contras, dell’embargo, delle mentiras che hanno così drammaticamente penalizzato una pagina di storia originale e irrepetibile; all’affermazione di movimenti popolari in ogni angolo dell’America Latina, alla fine delle tante dittature, alla speranza di un mondo donde todos quepan che si faceva sempre più urgente e possibile… E via via che la solidarietà – nelle sue più diverse forme e dimensioni – diventava sempre più ragion d’essere della nostra presenza ci sentivamo inadeguati e, nello stesso tempo, convinti che potevamo aportar nuestro  ranito de arena perché giungesse al più presto il momento in cui uno (o dieci o cento) una comunità un paese dicessero ya basta e, alzatisi in piedi, cominciassero a camminare, sicuri e decisi, in autonomia e libertà, in piena responsabilità e diritto. Ci diceva un giorno un dirigente popolare: «Sono finiti i tempi degli elefanti, ora lavoriamo come formiche e ragni. Le formiche sono piccole, però sono molte e ben coordinate. I ragni costruiscono reti. La nostra forza non sta nelle grandi istituzioni, ma nelle reti che stiamo tessendo nella base». In questa nuova ottica sentivamo più preziosa la nostra presenza semplice, senza visibilità, ma elemento – anch’esso prezioso – per costruire qualche maglia in più, per rompere un anello di quella lunghissima catena che vuol tenere prigionieri al passato, per aiutare ad organizzare speranze e utopie. E via via che questa realtà diveniva sempre più parte di noi, via via che il tempo ci portava più vicino, in mezzo, a questo difficile e meraviglioso mondo qualcosa cambiò profondamente e le analisi – fatte quasi sempre a tavolino –, i tanti discorsi su cause mezzi e fini ci lasciavano (e ci lasciano) sempre più dubbi… troppe incertezze rimanevano, troppi perché si accavallavano, troppe domande sono ancora inevase… e sempre meno potevano bastare una pagina scritta, qualche immagine su uno schermo quando abbiamo iniziato a vedere la vita da e in nuovi orizzonti: leggere le “statistiche” alla fievole luce del “salón comunitario” di Chisiguán scorrere le “analisi” insieme a don Mauricio a La Buena Esperanza scavare le “cause” della fame di Quique a Monte Cristo esaminare i “mezzi” seduti con i niños de calle cercare i “fini” con il gruppo di doña Marcela a Los Jometes… complica terribilmente le cose, la vita, la presenza, le utopie e i sogni…Vorremmo poi precisare una cosa: in queste pagine appaiono riflessioni, ricordi, incontri, emozioni di chi “fisicamente” ha “attraversato l’oceano” e “calpestato la terra latinoamericana”, ma altre persone – e in particolare Mari e Maria – hanno condiviso e permesso questo percorso di solidarietà e presenza; chi “parte” sente di portare in pienezza – palpitante di vita e condivisione – tutta la comunità, con un carico di forza, ideali, impegni, doni… che si fanno quotidianità qui e :

qui pongono le fondamenta di un’utopia costruita

qui preparano un terreno ricco per le radici della ceiba che continua a

crescere in ogni spezzone di storia, in ogni uomo e donna che ci accetta come compagni di strada…

e, viceversa,

si raccolgono le pietre per costruire qui la nostra utopia,

scopriamo la linfa ricca per costruire qui i nostri sogni, ideali, utopie…

perché

qui e là  nascano finalmente “cieli nuovi e terra nuova”, in una forte condivisione di chi va e di chi resta, in una ricca e profonda retrovia che dà vigore e permette, a vari livelli e dimensioni, la nostra difficile e fertile comune presenza. Per questo, in ogni nostro passo, c’è stato – e c’è – l’esilio e le radici di appartenenza che hanno confini sempre più vasti, sempre più universali perché sempre più  peculiari e “personali”… Tutta la nostra storia, come singoli e come comunità, si costruisce nell’intreccio tra sentirci diaspora, lacerata e lacerante, e “patria” costruita, una patria che ha sempre più acquisito i confini di questi “popoli crocifissi”. Nel nostro cammino, a un tratto, la strada si è confusa ed abbiamo imparato a “vedere il mondo dalla parte delle radici”: abbiamo cominciato – e con quanta trepidazione e paura! – a sognare il mondo con i sogni degli ultimi… Chi “ritorna” porta il “rifiuto” di tante cose, di tante parole, di tante sicurezze… essenzialmente per due motivi:

• non “ritorniamo” mai del tutto: legami, attese e persone lacerano la nostra presenza qui e ci tengono legati al loro difficile cammino, alla loro difficile speranza

• la strada dell’essenziale, nella sua estrema semplicità, rifiuta ogni certezza, ogni punto fermo, quindi, ogni “ritorno”.

Ed allora “amare” l’uomo (questi uomini e queste donne, questi bimbi e questi giovani) diviene, in una dura quotidiana conquista, naturale… Nel nostro ritornare/restare–lasciare/ritrovare in una realtà dove si fa dolorosamente lineare camminare, vivere, credere… la solidarietà di tutti coloro che con noi ne vivono il valore si fa strada aprendosi il passo nell’inesorabile e ingarbugliato susseguirsi dei fatti. Non abbiamo mai trovato nel nostro cammino stelle comete, luci e canti di angeli; così come non c’è –non c’è stato– un luogo “certo” –fosse pure una misera stalla– dove incontrare l’uomo… ma solo un cuore –il nostro, i nostri– ed una ragione –le nostre ragioni– che si aprono sempre più all’altro, in un processo di fiducia reciproca, libertà, pace, giustizia, dignità, tenerezza, denuncia, lotta; cuore e ragione che nessun nome può riempire, che in nessun incontro trova la meta definitiva… perché la solidarietà si esprime quando è totale, quando si fa terra dell’uomo quando è scavata –e riempita– dentro di noi. E il disagio di ogni “ritorno” nasce da un dono sempre più grande che ci portiamo dentro e che ci fa “restare” ogni volta un po’ di più. È l’insofferenza derivata dalla convinzione sempre più forte che la denuncia e la rottura della legge ci aprono la strada per incontrare l’uomo; perché ogni legge che, in qualche modo, ci “protegge” è un muro che, separandoci dall’altro e dai suoi sogni, imprigiona anche noi ed i nostri sogni. Del resto l’utopia non si può spiegare, ma solo cercare, “camminare” sulle strade dell’uomo, sul terreno di questa perennemente ricercata e voluta tierra sin males… Com’è possibile, allora, imprigionarla nelle fredde parole di una legge, nel rigido modello di un’istituzione? Ogni passo di questo cammino – denuncia o costruzione che sia – lascia intorno il profumo del grano raccolto un giorno di sabato e la gioia di un uomo che, un altro sabato, ha preso a camminare… rompendo tempi e spazi “sacri” (di tante diverse “sacralità” e fondamentalismi) e spalancando la storia ad un mondo dove tutti possano occupare il proprio posto. Forse l’insofferenza, il disagio, la ribellione che sentiamo dentro nascono dal fatto che lentamente, dolorosamente, con balzi in avanti e tradimenti paurosi, con timore e trepidazione, impariamo ad “abitare” la povertà, per dare un senso alla tempesta che ci attanaglia ogni volta che incontriamo gli occhi dei poveri, dei semplici, quando abbiamo il coraggio di leggervi tutto il dono della speranza che solo loro ci sanno dare, un dono che condividiamo con Maria e Mari, che ci aiutano con il loro sacrificio (anche della lontananza), con la generosità con cui aprono la “casa” e il cuore a tanta gente, con la condivisione piena – qui e – in ogni incontro, in ogni “conquista”, in ogni speranza, in ogni inevitabile momento di delusione e sofferenza. Sono pure loro che sostengono il cammino qui – con la loro presenza spesso silenziosa ma fertile di partecipazione – e – con una “presenza” fatta dello stesso tessuto di utopie sogni e passi nel fango della stessa storia. Ricordiamo anche tutti coloro che hanno condiviso con noi, per tempi più o meno lunghi e in geografie diverse, questo cammino: la comunità di Celleno; le due famiglie della comunità che seguirono e permisero il primo progetto in Guatemala, nel 1988, Gianni Terry Davide e Roberto Cinzia, che continuarono poi la loro presenza a Cobán; i giovani (e meno giovani) che sono venuti in Guatemala offrendo il loro tempo e lavoro in qualche nostro progetto; i tanti amici guatemaltechi che hanno occupato un posto importante nella nostra vita ed esperienza: non solo Mario, Micaela e la loro famiglia, gli amici della Kato-ki, ma anche tutte le donne e gli uomini che abbiamo incontrato – sia chi ha condiviso con noi le proprie ilusiones sia coloro che non hanno creduto fosse possibile lanciare un po’ più in alto il  arilete dei loro sogni –; i bambini con cui abbiamo giocato e sorriso e per cui abbiamo pianto e lottato; i giovani da cui abbiamo reimparato l’entusiasmo e la fiducia in un domani se non facile senz’altro più luminoso; le donne che non hanno mai perso il coraggio di difendere la vita, in ogni forma e dimensione, le intramontabili abuelas che ci hanno insegnato la lunga sabiduria del cuore e della ragione, le mani che intessono splendide telas con i colori più vivi e brillanti quasi per vincere l’oscurità e la paura del domani; le tante vedove e tantissimi orfani di cui sappiamo il lungo dolore; campesinos e jornaleros che abbiamo visto morire e continuare a vivere nei loro compañeros; i tanti sindacalisti perseguitati ed “eliminati” per rendere meno sicura per i lavoratori la via verso la dignità; membri del Movimiento de los Derechos Humanos uccisi o “puniti” con la morte della figlia di due anni; i delegati della parola che hanno incontrato un Cristo vicino e semplice e che «sorridendo, li ha chiamati per nome» perché testimonino il suo messaggio di amore e di giustizia; chi ha preso un’arma in mano per difendere la vita e ci narra la speranza e i sogni che si nascondevano dietro ogni bala sparata con rabbia dal fucile; il ragazzino che, anche grazie a noi, finalmente sorrise perché gli «se quitó el miedo»… e tanti volti nomi storie che si accavallano dentro e ci hanno fatto divenire quello che siamo. E, qui, in Italia, la nostra solidarietà è stata fatta preziosa soprattutto da tante tantissime persone semplici… lo abbiamo sempre detto anche in Guatemala: «nel nostro aiuto ci sono i sacrifici e le rinunce, la generosità e la speranza di tante persone che danno il loro aiuto con fatica…» e, forse, proprio per questo è stato fertile il dono ed ha permesso tante cose: la “nonnina” che ci dà la sua tredicesima «per quei bimbi che hanno sempre fame», o l’operaio che fa più ore straordinarie possibili per «quella gente là che lavora tanto e non prende quasi niente», o Vincenzo, che ci dette il suo primo stipendio per i ragazzi della Comunidad Morari, o le due famiglie che ci scrivono – con sofferenza e quasi con vergogna – di non poter più mandare il loro aiuto per i niños de calle di Chichicastenango perché ora sono disoccupati… ma di «far sapere che non li hanno dimenticati e che appena potranno cercheranno di rimediare»… e la moltitudine di persone che per una volta, per poco tempo o per lunghi anni hanno condiviso con noi l’indigna-zione, la denuncia, l’amore e la speranza che si sono “fatte” scuola, banco, libro, tortilla, parole per la lotta, dignità e giustizia, un pozzo, un villaggio, una terra libera dalla schiavitù della finca, una strada, una fioca lampadina per rischiarare un po’ le notti, le mani sapienti della doctora, un salone comunitario, talleres di ogni tipo e, soprattutto, si sono “fatti” «diritto di avere diritti»… E poi il sindacato, tante associazioni, gruppi, enti di Brescia e sparsi in tutta Italia… i più diversi e dalle radici più lontane, al di là di ogni fede e idee e utopia, con unico denominatore comune la giustizia, e che hanno condiviso il sogno di un mondo diverso, di un’umanità che si prende per mano per andare verso il domani: «Ci capiremo tutti. Andremo avanti insieme. E questa speranza è irrevocabile» (Pablo Neruda).

Vorremmo terminare con le parole di un poeta indigeno guatemalteco, Humberto Ak’abal:

El último hilo

de la luz del día

se arquea

bajo el peso de la noche

y no se rompe.

Se parece a la esperanza2.

Così è stata – ed è – la nostra solidarietà: un frágil inquebrantable hilo de esperanza.

Comunità di Calvagese

 


 

[1]  Dopo che una ventina di membri del Partido de los Trabajadores aveva condiviso con noi, a Calvagese, nel gennaio 1980, giorni e giorni di riflessioni culturali-politiche e di “sogni” che ci hanno avvicinato a un mondo fino ad allora solo intravisto e ci hanno fatto conoscere, con una testimonianza vitale, non solo le conseguenze di una lotta dura contro una delle peggiori dittature – oltre al lungo esodo dell’esilio, alcuni portavano ancora in carne viva il segno delle torture –, ma anche la chiarezza del loro pensiero, la forza delle loro analisi, pur nelle inevitabili contraddizioni e diversità… Qui fu eletto segretario, dopo Luis Mattini, il fratello del Che, Roberto Guevara.