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18/11/2019 7:24
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La speranza forza rivoluzionaria del nostro tempo

di Renato Piccini e Paola Ginesi

 

Quaderno n. 9 della Fondazione “Guido Piccini”

Fondazione “Guido Piccini per i diritti del’uomo”

pp. 161

Collana QFP/9

 

 

Il volume è ordinabile presso la Fondazione Guido Piccini
Offerta libera

 

 

Presentazione

 

Noi crediamo che le utopie sono possibili.

E sappiamo che le strade si tracciano nel camminare,

che le pietre non ci possono fermare.

Scegliamo la giustizia, la solidarietà, la speranza

e la libertà, anche se sono valori che tanti disprezzano.

Non ci importa se ci accusano di essere stupidi, illusi e pazzi,

 perché sono virtù necessarie per volere un mondo migliore.

Non siamo soli, siamo più di quanto crediamo.

E saremo più forti se ci mettiamo insieme.

Ernesto Sábato

 

La nostra riflessione sulla speranza non è e non vuol essere un discorso culturale-filosofico – come del resto è lo stile dei Quaderni della Fondazione –, ma offrire alcune analisi su uno dei “valori” che incidono profondamente nel percorso di una vita. 

È il tentativo di aiutare l’uomo della strada, le persone semplici, a prendere coscienza del valore della speranza che può trasformare la propria personale esistenza e dare un volto nuovo al futuro dell’intera storia umana. 

La speranza si potrebbe definire il respiro stesso dell’esistenza. V’è nel buon senso comune un’espressione che ben lo definisce: senza speranza la vita muore, anzi è già morta. 

Così è per il sogno… sognare non costa nulla e allora lo si avvicina alla speranza, anche se la realtà ci richiama continuamente al cammino, a volte duro, del vivere che, forse, solo la speranza può mitigare. Già Aristotele diceva: «La speranza è un sogno ad occhi aperti». 

La speranza definisce pure, spesso, le buone e le cattive scelte. Ed è innegabile che risveglia e dà forza alle “ultime energie” per non chinare la testa di fronte alle difficoltà e agli insuccessi. 

Del resto, non v’è ideale senza speranza, e più un ideale è profondo e bello e più richiede una speranza che illumini il cammino e il fare delle nostre aspirazioni e fatiche. 

La speranza diventa allora una forza necessaria per lasciare il passato e guardare con serenità il futuro. 

Si deve guardare al passato non con un senso di rimpianto, come di un paradiso perduto (anche il vangelo dice: «chi si volta indietro non è degno di me!»), ma conservarlo, da una parte, come stimolo alla nascita del nuovo già in gestazione, e, dall’altra, come magister vitae per evitare il pericolo di ricadere negli stessi errori. 

La speranza è l’occhio del futuro e costituisce il fondamento di tutto un progresso che permette di raggiungere finalità impensate. 

Così è la speranza di una comunità, di un popolo, di una generazione. 

Non v’è “rivoluzione” che per diventare forza di cambiamento non sia animata da una profonda speranza. 

Si potrebbe affermare che l’ideale, in essa diventa un cammino possibile, pur difficile ma vero, esce dal sogno, ancor più, fa sognare dimenticando le delusioni del passato. 

Se un popolo perde la speranza, seppellisce il suo futuro, il futuro delle nuove generazioni… se un popolo conserva, cresce nella speranza, non c’è ideale che non possa diventare storia.

Così la speranza non è un optional per illusi, ma un’autentica ragione di vita.

 

Introduzione

La speranza

ha due bellissimi figli:

lo sdegno e il coraggio.

Lo sdegno per la realtà delle cose,

il coraggio per cambiarle.

Agostino d’Ippona

 

Viviamo in un mondo che, nel travaglio del tempo, sembra arrivato a un momento cruciale del suo cammino.

Il progresso della scienza, della tecnica, della cultura e delle conquiste sociali aveva dato origine alla speranza di un’epoca nuova.

Con la globalizzazione, superata ogni frontiera dall’estremo oriente all’occidente, l’uomo avrebbe conosciuto un modo nuovo d’incontrarsi e di trovare, nel cammino comune, la possibilità di creare un’umanità unita nei grandi valori rappresentati nella dignità umana, il modo di vivere in un mondo che potesse definirsi una società comune.

Le conquiste sociali, non più riservate ad una specifica storia e civiltà, sembravano poter diventare condizione indispensabile, quasi naturale, di ogni popolo e cancellare così le barriere etniche ed i pregiudizi originati da culture diverse.

Raggiunta una concezione unica ed essenziale della centralità dell’essere umano e della sua dignità – al di là di ogni lingua, di ogni volto, di ogni divisione di genere… – e la superiorità della ragione e della coscienza, come valori insostituibili di ogni persona e di ogni popolo, sembrava finalmente possibile realizzare la comune società universale del vivere umano.

Del resto, il grande progresso tecnico delle comunicazioni e della conoscenza avrebbe dovuto creare un nuovo universale linguaggio: il linguaggio di ogni uomo e di ogni donna che, pur nella diversità delle loro tradizioni, delle loro culture, delle loro fedi, si sentivano parte di quella grande fratellanza umana che i “profeti” di un tempo avevano sperato e preannunciato.

 

Ma non è stato così!

La società di oggi vive in una “divisione” quasi disperata, l’umanità non ha trovato il cammino dell’incontro ma la dura lotta e la violenza dello scontro.

Ognuno sembra rinchiudersi sempre più nel suo piccolo mondo, per quanto grande a lui possa apparire, e vive nella paura che qualcuno gli strappi il suo passato, immaginando un futuro sempre più oscuro e complesso.

Si è affermata una globalizzazione non matrice di un mondo nuovo, ma foriera di tempi sempre più difficili.

La globalizzazione economica è divenuta ricchezza di pochi (sempre meno) e povertà di molti.

La religione non ha creato né una fratellanza umana né la speranza di un futuro unico, seppur diverso, nella coscienza e nell’incontro, ed è diventata motivo di lotte, di divisioni, di odio vicendevole.

“Dio” si è diviso in infinite divinità che si contendono la supremazia della fede, una fede non solo lontano dalla cultura e dalla sapienza, ma inspiegabile alla stessa semplice ragione umana.

Le vecchie lotte religiose non sono scomparse, come l’insegnamento della storia faceva prevedere, ma si sono raffinate e generano sempre maggiori divisioni creando i motivi per una separazione che nessuno riesce più a controllare.

La politica, quella scienza che, pur nella pluralità del cammino storico di ogni popolo, doveva dare a tutta l’umanità i diritti universali riconosciuti espressamente nel 1948, è ormai strumento che divide sempre più i popoli sotto ogni aspetto, dalla cultura al pane quotidiano.

I “muri”, non solo non sono scomparsi, ma ne sono stati innalzati tanti altri… e soprattutto all’interno delle coscienze.

La politica, così, non solo ha diviso i popoli, ma ha creato barriere al loro interno.

La delusione, il senso d’impotenza stanno conquistando anche le coscienze degli “uomini e donne di buona volontà”.

Appare ora illusorio pensare per il domani ad una società dove ogni uomo possa costruire una vita degna di tale nome.

La disperazione sembra diventata non più un presagio ma la condizione dell’uomo d’oggi.

C’è una soluzione a tutto questo?

L’unica risposta è la speranza.

Niente e nulla quanto la speranza è un atteggiamento etico-culturale, emotivo, unico e profondamente personale.

La speranza può essere condivisa, può far parte ed essere forza morale di un’idea e di un orizzonte futuro come un sogno personale perché è qualcosa che nasce nel proprio intimo e vede la luce solo quando, come e in quanto è stato vissuto e partecipato nel profondo della propria personalità ed è divenuto convinzione.

Da questa convinzione, che spesso è una debole luce in un infinito futuro incerto e oscuro, la speranza si fa, prima, testimonianza personale per essere, poi, valore comunitario.

Solo allora, diventa da forza rivoluzionaria del “mio” tempo, forza rivoluzionaria del “nostro” tempo.

Se vogliamo che la speranza esca dalla sfera consolatoria personale, pur preziosa nel dialogo comunitario, e sia un valore per costruire una diversa società, è indispensabile che divenga patrimonio di ogni comunità, di ogni classe, di ogni popolo.

Chi non si arrende alle sconfitte della giustizia, libertà e pace, crea una speranza che va al di là di ogni rimpianto, di ogni sofferenza per trovare la forza di altre conquiste e tradurre i desideri, le aspirazioni, i progetti più ambiziosi nella sicurezza di un nuovo cammino.

È possibile una società diversa dove i grandi valori della dignità di ogni persona siano storia vera?

Il pessimismo storico risponderebbe “no”; la speranza, fondata sulle infinite ricchezze della coscienza e sulle “virtù” personali e comuni, dice che ogni conquista è frutto di un sogno.

Ed è possibile perché la storia ci ha insegnato che ogni essere nasce per partecipare ad una sempre nuova creazione: ad ogni sconfitta dei valori essenziali v’è il sangue dei suoi martiri come seme e speranza di un tempo nuovo.

«Podrán cortar todas las flores

pero siempre volverá la primavera»[1].



[1] «Potranno tagliare tutti i fiori, però tornerà sempre la primavera» dal Popol Wuh, libro sacro dei Maya