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La dignità del lavoro tra crisi del sistema e nuove alternative

di Renato Piccini e Paola Ginesi

 

Quaderno n. 7 della Fondazione “Guido Piccini”

Fondazione “Guido Piccini per i diritti del’uomo”

Brescia, Liberedizioni, 2012

pp. 122, euro 12,00

Collana QFP /7

Isbn: 978-88-95787-73-2

 

Il volume è ordinabile on line al sito www.ledliberedizioni.it
(dalla home page al link “Per ordinare”)
Euro 12,00 + 3,00 euro spese spedizione in contrassegno.
(Per ordini superiori ai 30,00 euro la spedizione è gratuita)

 

Presentazione

  

La dignità del lavoro: un diritto universale

 

«Tenetevi i vostri soldi, tenetevi pure la mia pensione, ma datemi il mio lavoro perché ho bisogno del pane per la mia famiglia, un po’ di speranza per i miei figli e per sentirmi “uomo”, per la mia dignità…».

È il pianto gridato di un operaio della Fincantieri di Genova che, per chi ha vissuto il sanguinoso e difficile cammino delle lotte operaie, fa accapponare la pelle.

Ormai sono centinaia, migliaia, un numero che cresce ogni giorno in ogni angolo del paese, che invocano il diritto alla fatica quotidiana, pronti a rinunciare, a “svendere” i diritti conquistati con dura lotta dai loro padri.

Da ogni parte sale una forte e ben precisa richiesta: il pezzo di pane per noi e per i nostri figli deve essere frutto della dignità della nostra fatica, non vogliamo elemosine.

La “modernizzazione del lavoro” deve partire dalla sicurezza del lavoro, un diritto globale e uguale per tutti. Un’economia globale che non garantisce il fondamentale diritto al lavoro è destinata a costruire una società senza pace e senza speranza: siamo in un periodo cruciale in cui è diffuso il senso di un’immane ingiustizia.

E tutto avviene nell’oscurità più assoluta, nei meandri e nelle stanze blindate dei pochi che, con l’avidità del denaro, hanno in mano il destino di milioni di lavoratrici e lavoratori e il futuro delle giovani generazioni.

Un destino in mano a gente che ha creato e gestisce un sistema economico che non ha nulla di liberale, ma è al servizio di pochi per l’accumulazione di una ricchezza solo fine a se stessa, lontano non solo da ogni minimo sentimento di umanità ma pure di razionalità.

Un’irrazionalità che trasforma in logica assurda lo stesso sistema capitalista: la finalità non è più la crescita del mercato e del profitto, ma l’oggetto stesso del mercato è “il denaro” e l’accumulo insensato di una ricchezza monetaria (aurea) fine a se stessa.

Ne sono una testimonianza i paradisi fiscali.

Per questo non bastano i “disonesti” a darci una spiegazione di ciò che è successo e di ciò che sta accadendo.

Più gente possibile deve appropriarsi della verità, di quanto è avvenuto e di quanto sta succedendo, per arrivare ad alcune ben precise risposte.

Anche perché è diffusa l’idea che l’ingiustizia è “frutto di un sistema” che non può essere diverso.

Ci hanno rubato la capacità di decidere sui problemi essenziali della nostra vita non solo sociale-economica ma perfino privata.

Una società capitalista tiene come motore essenziale del suo movimento l’economia e in particolare il profitto.

Questo “governo economico” in momenti in cui sembra che un certo benessere sociale minacci i suoi sconfinati profitti, impone “leggi” più dure e ingiuste per conservare e, se possibile, accrescere le proprie ricchezze.

Ma per fare ciò, soprattutto oggi quando il sistema stesso ha generato strumenti di conoscenza sofisticati, è necessario che tutto si presenti come oscuro, tecnico, indiscutibile, come principi misteriosi.

Mai come oggi si è parlato tanto di economia e gli economisti sono al centro dei mass-media, ma al contrario, mai come oggi cresce la confusione e si allontanano le risposte alle nostre domande essenziali: come siamo giunti a questo punto? Come possiamo uscirne salvandoci da un autentico disastro sociale? Che cosa è necessario fare perché una situazione così grave non si ripeta?

Non rispondere a questi interrogativi, nasconderli nella confusione delle supposte logiche economiche, non è solo frutto di un’incapace classe politica o dei mass-media, ma è la forma più efficace per garantire, al di là del disastro economico provocato, che le leggi fondamentali dell’economia e del profitto siano fuori discussione.

Chi, proprio nel disastro e nell’attuale profonda e massiccia ingiustizia, si arricchisce, sostiene che questo sistema è l’unico possibile.

Tre sono i principi fondamentali su cui si basa il potere economico:

1.      in economia l’unico sistema che funziona è il mercato, il pubblico è inefficace e improduttivo;

2.      abbassare le imposte, soprattutto quelle destinate al bene essenziale di tutti (istruzione, sanità, pensioni), genera benessere;

3.      poiché la globalizzazione impedisce il controllo del capitale finanziario, le banche private – anche se hanno comportamenti parassitari e rispondono ad interessi privati, indifferenti alla miseria in cui rischiano di cadere tante società – sono necessarie.

V’è, poi, quello che possiamo definire la mano invisibile della finanza, finalizzata all’accumulo della ricchezza improduttiva (denaro, oro…) di cui poco o nulla sa la gente comune, il mondo del lavoro e le stesse forze politico-sociali, per questo sempre più difficile si fa la lotta alle cause del disastro e si riduce la capacità di contrastarne i nefasti effetti.

Senza una conoscenza veritiera, senza ombre e dubbi creati da false, interessate risposte, il mondo del lavoro non solo perderà le conquiste del passato, ma consegnerà ai suoi figli un futuro senza speranza.

Con queste pagine vorremmo offrire una breve riflessione, in semplicità e chiarezza, per rendere più facile a ogni categoria di lavoratori e di gente comune la possibilità di acquisire almeno gli elementi essenziali per arrivare alla verità e poter dare delle risposte concrete, delle possibili diverse alternative, invece di dover costantemente perdere diritti faticosamente conquistati.

Per chiarezza sottolineiamo due aspetti essenziali di riflessione.

 

Economia e finanza

Un elemento che sta al centro dell’attuale situazione economica e confonde la gente comune, soprattutto il mondo del lavoro, è l’assimilazione tra economia e finanza.

Economia e finanza sono due campi ben distinti.

L’economia è l’insieme della produzione di ricchezza che si concretizza pur nelle leggi del mercato e va a beneficio della collettività in dimensioni diverse.

La produttività di beni è originata da più fattori: materia prima, progresso scientifico-tecnologico e, soprattutto, lavoro.

La finanza è uno degli strumenti che dovrebbe facilitare lo scambio dei beni con la principale finalità del bene comune.

Oggi la finanza, il denaro, sono diventati il valore principale per l’accumulo di una ricchezza fine a se stessa, concentrata in poche mani.

L’economia, messa a suo servizio, non è più finalizzata a produrre un mercato a beneficio di tutti.

Gli interessi della finanza, l’accumulo della ricchezza, realizzata con i mezzi della tecnologia moderna, sfuggono ad ogni controllo, non solo alle leggi di un’etica socio-politica, ma pure alle fondamentali regole economiche.

La confusione tra economia e finanza appare, però, incomprensibile per il mondo del lavoro.

Per il lavoratore messo in cassa integrazione o che improvvisamente trova chiuse le porte della sua fabbrica, per la casalinga che ansiosamente è alla ricerca dell’ultimo prezzo, per l’invalido che si vede negare la medicina quotidiana… l’unico vero problema è la ricerca affannosa di far quadrare il proprio piccolo bilancio; a loro la distinzione tra economia e finanza nulla spiega e la reazione, la rabbia sacrosanta, giusta e doverosa, è contro chi ha tolto loro quella sicurezza e dignità.

Per questo il grido di “lavoro e pane”, l’invocazione dei tempi passati, ritorna nelle piazze e per le strade delle nostre città, dei nostri paesi, delle nostre valli.

La risposta che viene da economisti e politici è l’assurda accusa di eccessiva sicurezza sociale, il sogno europeo[1], un valore troppo costoso. Ne è una chiara testimonianza la campagna elettorale dei repubblicani USA che accusano Obama di voler introdurre negli Stati Uniti un po’ di sistema sociale europeo.

 

Il capitalismo selvaggio e le sue assurde giustificazioni

Alla fine di gennaio 2012 uno dei candidati repubblicani, Gingrich, in una sala gremita di giovani, afferma:

«L’Europa è socialista, assistenziale, secolare». […] «Purtroppo è così. Lo dico con dolore. Quello che avete in Europa è un sistema sclerotizzato. Non dobbiamo permettere a Obama di ridurci nello stesso modo». […Dello stesso parere è] Tim Pawlenty: «Non vogliamo attaccare l'Europa, solo chiarire che quello è un modello che non va bene per noi»; e lo stratega della campagna del candidato mormone, Stuart Stevens: «Non ce l'abbiamo con l'Italia né con nessun altro. Ma abbiamo bisogno di riaffermare che l'America di Mitt sarà radicalmente diversa: massima libertà per i soggetti economici e Stato leggero, non l'interventismo pubblico all'europea di Barack»[2].

Certo, loro vorrebbero che tutto il mondo, in testa l’Europa, si uniformasse ai principi di questo capitalismo dogmatico che alcuni dei loro stessi economisti chiamano “selvaggio”.

«Gingrich inserisce nel “modello europeo” attribuito a Obama anche la sclerosi burocratica, il socialismo (che in America è usato come sinonimo di comunismo) e – addirittura – il secolarismo dell'Europa.

Per capire quest'ultimo riferimento bisognerebbe aver assistito alla preghiera patriottico-elettorale pronunciata con gli occhi chiusi da un veterano decorato sul palco dell'ultimo comizio di Gingrich, la sera prima delle primarie, nell'hangar della portaerei Yorktown: «Signore, aiutaci a cogliere l'occasione che ci offre il voto di domani per riportare il nostro Paese sulla strada giusta e restaurare il patrimonio ideale dell'America. Preghiamo nel nome di Gesù di risorgere come popolo e come nazione così da poter dire che siamo di nuovo un Paese unito sotto Dio. Amen»[3].

È l’assurdo! Fin dove possono arrivare una mente e una coscienza offuscate dall’egoismo personale e dalla sete di ricchezza!… non importa se costringe gran parte dell’umanità a un’esistenza impossibile, perché questa è la volontà del loro “Dio”.

E questi, fautori di un sistema che incarna una fede religiosa nel dio del denaro, sarebbero coloro in grado di risolvere una crisi che ha distrutto la fatica e le lotte per un mondo più giusto e che uccide la speranza delle nuove generazioni?

La lettura del “loro” vangelo è scritta nella ricchezza nascosta nei paradisi fiscali.

È venuto il momento in cui sempre più gente, la gente della fatica quotidiana, colga la verità di ciò che è stato, ed è, sia alla fonte sia nel meccanismo perverso che ha prodotto questa nuova povertà di massa.

Tra benessere sociale ed economia non v’è contrasto, possono ambedue crescere, a patto che al processo economico partecipi il mondo del lavoro. Ne abbiamo una conferma in tanti paesi emergenti dove le lotte dei popoli e la presa di coscienza dei loro diritti sono stati determinanti sia nel progresso economico diffuso, sia nella redistribuzione nazionale della ricchezza. Tuttavia, per arrivare a cambiare profondamente la situazione è necessario rivoluzionare il sistema nelle sue finalità.

L’espressione “crisi economica” è, quindi, non solo inadeguata a definire la crisi attuale ma è pure bugiarda. Ed è proprio da qui che bisogna far chiarezza su ciò che sta accadendo.

Del resto, nell’analisi degli esperti v’è la ricerca di cause che possano far passare l’attuale situazione come una delle tante crisi cicliche del capitalismo neoliberale, ciò che invece – e lo si vede chiaro nelle spaventose conseguenze globali – non è affatto vero.

Però, da chi e da dove viene questa forza distruttrice che si nasconde dietro assiomi assoluti, le leggi dell’economia, e vaghe promesse di un futuro prospero?

L’economia, i mercati, le agenzie di qualificazione… una “mano invisibile”, poteri astratti e potenti sembrano tenere in scacco l’umanità intera, comprese istituzioni internazionali e governi.

C’è speranza solo nella fatica e nello sforzo di arrivare alla verità per scoprire la causa di questo disastro e così poter incidere nel cambiamento radicale del sistema.

Il Quaderno vuol essere un contributo senza pretese scientifiche per il mondo del lavoro, fatto di essenzialità, semplicità e fatica, perché si possano cogliere spiccioli preziosi di verità su ciò che più preme: il lavoro che dà alla vita la ragione di essere vissuta.

  


[1] Ricordo qui un testo importante, Il sogno europeo, scritto da Jeremy Rifkin nel 2004 e uscito in Italia per la MONDADORI.

[2] Massimo Maggi, “Il “duro” Gingrich allarma l’Europa, Corriere della Sera, 23 gennaio 2012.

[3] Idem